Il sito web di FaceApp mostra i volti invecchiati
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FACEAPP: L’Intelligenza Artificiale che invecchia le foto. L’eterna lotta tra gli effimeri trend social e la difesa della privacy.

La cattura del super latitante Matteo Messina Denaro è la notizia del giorno. Se non fosse appena la terza settimana di gennaio potremmo tranquillamente dire dell’anno. Per un attimo tutti i notiziari si sono dimenticati del Blue Monday ed hanno cominciato a far rimbalzare sugli schermi la foto del pericoloso boss della mafia.

Ma cosa c’è di strano in quell’ immagine?

Ad essere mostrato ovunque a corredo della notizia è il volto di un uomo, nel suo “prima”, quando era giovane e nel “dopo”, ai giorni nostri.

Il ritratto più recente in particolare, quello usato dalle forze di polizia di mezzo mondo e dai telegiornali, in realtà non esiste. Si tratta di una ricostruzione, perchè da circa trentanni non ci sono foto del volto di Matteo Messina Denaro. Unica fugace visione risale ad un fotogramma catturato nel 2009 da una telecamera di sorveglianza.

Il volto invecchiato del boss Matteo Messina Denaro nella ricostruzione fatta dalla Polizia
La ricostruzione del volto di Matteo Messina Denaro diramata dalla Polizia di Stato

La latitanza si è mossa di pari passo con lo sviluppo di nuove tecnologie, che facendo ampio uso di intelligenza arificiale sono entrate a far parte degli strumenti cui le forze dell’ordine ricorrono per le loro indagini sempre più delicate e specifiche.

Ma l’invecchiamento tramite AI, almeno nella sua forma base, non è una novità ad uso esclusivo dei reparti investigativi.

Sul mercato esistono app di intrattenimento per smartphone che ci fanno federe quanto saremo rugosi e pelati negli anni a venire.

Nel 2019 il buon Zuffalien ce ne aveva parlato in questo articolo.

[nota di Gabriele Sanciu]

Con Faceapp siamo tutti più vecchi.

20 luglio 2019 – Sono le 6:45; apro gli occhi stropicciati, scendo dal letto, mi lavo la faccia, mi preparo, faccio colazione e nel frattempo accendo il telefono dando una sbirciatina ai social. Di colpo mi accorgo di qualcosa di strano: sono tutti invecchiati.

Cosa è successo? Sono finito nel futuro? Corro allo specchio; eppure il mio viso pare essere sempre uguale. Nel momento di panico vedo un logo in basso a destra in ogni fotografia: “Ah ecco, tutto spiegato”.

Negli ultimi giorni una strana febbre digitale pare aver colpito milioni di persone. FaceApp, ecco il nome di questa interessante epidemia che fa della decadenza della vecchiaia il suo punto forte. Una palla di vetro, una finestra – seppur virtuale – sul nostro aspetto futuro.

L’applicazione non è una novità, come, d’altro canto, non lo è nemmeno il suo filtro invecchiamento, che – però – nella versione più recente, regala risultati degni di nota.

Il volto del redattore Zufalien invecchiato da FaceApp
Il volto del nostro Zufalien invecchiato da FaceAPP

Faceapp è gratis? Non proprio.

Forse i la bella immagine del nostro volto canuto e rugoso non è proprio un regalo.

Come ogni boom, ogni moda, anche FaceApp porta con se questioni relative alla privacy ed all’uso dei dati. Così si scopre che l’applicazione raccoglie informazioni su di noi e, ovviamente, ha accesso ai visi.

Perché questa cosa dovrebbe in qualche modo preoccuparci? Sarà che in un futuro abbastanza prossimo, più vicino di quello proposto dalle immagini invecchiate, il riconoscimento facciale potrebbe diventare la chiave per tutte le attività umane.

Niente più password, niente più chiavi della macchina, di casa. E se qualcuno possedesse tutti i visi delle persone, riuniti in una grande banca dati? Non sarebbe un po’ come avere un passe-partout? Bingo.

“Quando un servizio non ha prezzo, il prezzo sei tu.”

FaceApp non è l’unica applicazione che ha accesso ai dati, tra cui immagini e visi, ed è ulteriormente vero che il nostro viso è forse la parte di noi che più facilmente compare un po’ ovunque.

Non si può proprio far finta di dimenticarsi poi di un’altra app – o agglomerato di tali- che comincia sempre per ‘Face’ e che ha accesso alle stesse informazioni al pari della prima.

Dov’è allora la differenza? È dovuta alla provenienza? Il gigante americano buono contrapposto all’applicazione russa brutta e cattiva? Oppure si tratta della non proprio chiara informativa sull’uso dei dati, come sottolinea questo articolo de Il Post datato 18 luglio?

“Quando un servizio non ha prezzo, il prezzo sei tu.”
Se si accetta il fatto che, in cambio di un servizio non a pagamento, vengano cedute informazioni, il problema non sussiste. Uno scambio alla pari di un servizio per una moneta che viene ceduta dal compratore il quale ritiene che –implicitamente- il prodotto abbia un prezzo ragionevole (altrimenti non lo acquisterebbe).

È bene quindi riflettere sul fatto che, ogni volta che lo facciamo, stiamo dando in cambio una piccola parte della nostra realtà; stiamo pagando pegno.

Come proteggere i nostri dati: leggiamo l’informativa.

Ma allora perché ci arrabbiamo così tanto quando scopriamo cosa accade ai nostri dati?  Ci sentiamo traditi, manipolati, in una sindrome da Grande Fratello di riflesso.

Eppure, ci andava bene avere un servizio gratuitamente; ci andava bene anche quando abbiamo premuto “accetta” in tutte quelle maledette finestrelle pop-up che ci dicevano che l’applicazione avrebbe saputo quante volte ci laviamo i denti e se usiamo il filo interdentale. Non si può scappare davanti all’evidenza del fatto che, ogni volta, siamo noi a premere il pulsante.

La verità? Quando lo facciamo non leggiamo l’informativa; nessuno lo fa mai. Siamo dei pigri esseri senzienti che si meravigliano della scoperta dell’acqua calda e che piangono lacrime di coccodrillo dopo aver messo la mano nel liquido bollente ed essersi scottati. Va bene così; l’importante è essere in pace con se stessi e mettere in conto che, evitando di leggere, in mezzo a tutta quella miriade di paroloni e piroette ci possa essere qualcosa di importante.

“Regalare è morto”, recita l’antico adagio. Se tutti ce lo ricordassimo e facessimo pace con esso, forse ci risparmieremmo un sacco di mal di pancia.


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